IMMAGINI DELLE OPERE

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Questi ritratti nascono da una lunga ricerca che comincia con le frequentazioni dei convegni pirandelliani di Agrigento da quasi quarant’anni. Si tratta di personaggi della cultura e dell’arte, siciliani e non che in gran parte sono passati da Agrigento o dalla sua Valle dei Templi. Molti ormai sono scomparsi, Moravia, Soldati, Sciascia, Bufalino, Consolo. Ad ognuno di loro è legato un ricordo, un evento, dei libri. Moravia era il più blindato, era quasi impossibile avvicinarlo fuori della conferenza stampa. Volle vedere i templi dorici, aveva tradotto dei classici greci ed ora, davanti quelle pietre era silenzioso, contento. Ricordo il rientro in albergo e una calda tazza di tè , era dicembre, in un pomeriggio uggioso. Sciascia, quando ci ricevette, per quella visita, era molto accogliente, era rientrato dalla sua passeggiata, alla ricerca di erbette selvatiche e stava scrivendo un appunto per il professore Amato che mi accompagnava. Su una foto che gli portai, poco tempo dopo, per una dedica, mi scrisse: …io in quanto personaggio. Pirandello è vicino. Ancora non era uscito il bel volume di ritratti di scrittori Ignoto a me stesso, da lui prefato, dove coniò il pensiero, il ritratto come entelechia. Che tante citazioni ha avuto nei decenni successivi. Ed in quanto figli di Pirandello, anche Camilleri si inventò quella posa alla macchina da scrivere volendo citare Luigi in quel famoso ritratto dove batte a macchina assistito dal suo doppio, negli anni trenta. Le occasioni sono state tante, Il premio Pirandello, l’Efebo d’oro. Il premio Racalmare. Ma c’è pure il ritratto del mio amico e scrittore agrigentino Matteo Collura, fotografato nei mesi in cui si era ritirato nella casa di Maddalusa a scrivere la biografia di Leonardo Sciascia, Il maestro di Regalpetra. E poi sono seguiti tanti altri, da Gaetano Savatteri nei vicoli di Racalmuto, a Simonetta Agnello Horby, nella sua casa di campagna a Mosè. Da Mario Monicelli poco prima che morisse, a Mario Soldati accompagnato dalla bella nuora Stefania Sandrelli. Mi piacerebbe farne un’antologia di sguardi e di ricordi felici. Angelo Pitrone

APPROPRIARSI DEI VOLTI

Più osservo questi ritratti, che felicemente si sommano in un piccolo pantheon, e più mi torna in mente una parola difficile, «entelechia». A suo tempo tirata in ballo da Roland Barthes, alle prese con la ricerca di un ritratto della madre morta da poco, nel quale poter raccogliere «il più compiutamente possibile» il senso e il significato, «la singolarità» della sua vita. Ritratto fotografico, dunque, come «centro, luogo geometrico di un’esistenza». A quella stessa parola ricorre Leonardo Sciascia nel momento in cui gli vengono mostrate le fotografie che Pedriali fece a Pasolini. È proprio allora che l’autore di Todo modo si ricordò di una definizione dell’entelechia: «Un uomo che muore tragicamente è, in ogni punto della sua vita, un uomo che morirà tragicamente». La fotografia ha a che fare con l’identità e con la morte; la dimensione funerea del ritratto fotografico e, insieme, il suo essere il vero tramite, forse l’unico valico, per avvicinarsi all’anima di un uomo, al significato della sua esistenza. «Se mi trovassi davanti a quest’effigie / ignoto a me stesso, ignaro dei miei lineamenti / in tante orrende piaghe d’angoscia e d’energia / leggerei i miei tormenti e mi riconoscerei» recita una quartina di Paul Valéry riferita a un suo ritratto fotografico. Il ritratto fotografico corrisponde all’atto di «consegnarsi a mano altrui: al destino, alla morte, a Dio. E all’ignoto se stesso»; coincide con il borgesiano «aleph», una «magica contrazione dello spazio» e un «sortilegio di contrazione del tempo, sul punto della dissolvenza e dell’oblio». La fotografia insomma «s’imbeve di una realtà, di un’atmosfera, di un avvenimento finché, con un piccolo scatto meccanico, ne consegna alla “camera oscura” la sintesi, la cristallizzazione» (Sciascia). Il ritratto fotografico può dunque servire a fissare in qualche modo l’improbabile realtà, ad arrestare in un istante l’oscillazione della verità. Guardate questi volti: ai più giovani diranno poco o nulla, agli altri ricorderanno forse il titolo di un’opera, la sensazione legata alla lettura di un romanzo o racconto, l’emozione suscitata da un quadro. Moravia che diventa una delle colonne del tempio greco: la sua espressione seria, composta rimanda alla compostezza e alla serietà dei classici, di quegli autori che ancora hanno qualcosa da dire; ma col rischio di trasformarsi oggi in un rudere, in una impronta del passato prossimo della nostra letteratura. Camilleri, davanti alla macchina per scrivere, sembra in preda a un processo di levitazione: come se fosse sospeso sui tasti. Lo scatto diventa in qualche modo il correlativo oggettivo della leggerezza dello scrittore empedoclino, della levità della sua scrittura. E Bufalino? È impressionante: assomiglia al calco di se stesso, incarna la sua stessa dimensione dimidiata, in bilico tra tanatofilia e tanatofobia. Per non dire di Sciascia: sembra un impiegato del catasto, chino sui suoi quaderni di appunti, poggiati su una pila di libri e, si immagina, vergati con una grafia minuta e chiara. L’autore che con pazienza e abnegazione ogni giorno scava nella storia, praticando l’affondo stratigrafico, in cerca di spie, indizi, tracce. Mario Soldati, di cui Sciascia adorava la scrittura per la sua limpidezza, per la trasparenza dell’inchiostro ottenuta attraverso una lenta disciplina dello stile. Il cipiglio arcigno di Vincenzo Consolo, una sorta di metonimia del suo guardare al degrado, allo scempio dei luoghi e delle coscienze. Altri volti, altri capitoli della nostra (e non solo) storia letteraria e artistica: “Fotografare – ha scritto Susan Sontag – significa infatti appropriarsi della cosa che si fotografa”. Angelo Pitrone custodisce questo mondo oggi sull’orlo della sparizione, l’ha messo in salvo per noi. Salvatore Ferlita